LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

12- Antonio Caruso, "Cassiodoro".
 

E’ venuto il momento di soffermarci su alcuni personaggi della storia e del pensiero calabrese. Ve n’è uno che fu grande nel ruolo politico che ebbe a ricoprire ma anche nella sua levatura morale ed intellettuale. Sto parlando di Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, nato nel tra il 485 ed il 490 a Squillace e morto intorno al 581 nello stesso luogo. Cassiodoro rivestì cariche importantissime alla corte del regno goto d’Italia, a Ravenna, sotto re Teodorico il Grande e anche dopo la morte di questi: dapprima come questor (una sorta di segretario particolare), poi come console ordinario, poi come patrizio e senatore, poi come corrector (ossia governatore) per otto anni nel Bruzio, come allora si chiamava la Calabria, infine come magister officiorum (cioè primo ministro).

Facciamo la conoscenza di Cassiodoro attraverso un libro che ne è la biografia: “Cassiodoro, nella vertigine dei tempi di ieri e di oggi” di Antonio Caruso, edito dalla Rubbettino nel 1998, pubblicato sotto l’egida dell’Istituto di Studi su Cassiodoro e il Medioevo in Calabria che ha sede a Squillace. L’autore è un sacerdote gesuita che ha al suo attivo diverse opere storiche, sociali e religiose. Il libro è un interessante, documentato e piacevole excursus non solo sulla vita e l’opera di Cassiodoro, ma anche sull’epoca nella quale egli visse, epoca che va, sostanzialmente, dalla vittoria di Teodorico su Odoacre (493) sino alla morte di Giustiniano (565), imperatore dell’Impero Romano d’Oriente.

Ma andiamo per ordine. Partiamo dal contestualizzare la vita di Cassiodoro. Nel 476, con la deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, finisce l’Impero Romano d’Occidente, ma finisce, convenzionalmente, anche l’Evo Antico ed inizia il Medioevo. L’Italia è sotto il giogo di Odoacre, re degli Eruli. La capitale non è più Roma ma Ravenna. Dal 330, capitale dell’Impero Romano d’Oriente è, invece, Costantinopoli, fatta costruire da Costantino, ancora imperatore unico, sulle sponde del Bosforo. Nel 493, come abbiamo detto, gli Ostrogoti di Teodorico conquistano l’Italia con il placet dell’imperatore d’Oriente Zenone. A quell’epoca il Bruzio era una regione dedita a colture primitive non richiedenti manodopera specializzata: vi si raccoglieva la resina dalle conifere dei monti, i boschi fornivano legname per vari usi, era attivo l’allevamento dei bovini e dei suini. Nel periodo che ci riguarda vengono, invece, incrementate le colture della vite e dell’olivo e l’allevamento dei cavalli. La famiglia di Cassiodoro è attiva proprio nella produzione del vino e nell’allevamento dei cavalli nella zona di Squillace e, a cominciare dal bisnonno del nostro Cassiodoro, gli avi di questi, rivestono importanti incarichi governativi. Dunque, la famiglia di Cassiodoro è una famiglia ricca e potente.

L’ascesa politica del Nostro l’abbiamo già ricostruita. La svolta definitiva avviene con la caduta in disgrazia di Boezio, accusato – forse su istigazione della corte bizantina – di vari crimini. Cassiodoro viene chiamato a sostituire Boezio - del quale era, per altro, amico personale - nel ruolo di magister officiarum. Il periodo di 33 anni in cui regna Teodorico è considerato dagli storici, per l’Italia, un periodo di pace, sviluppo e prosperità. Alla morte di Teodorico, gli succede la figlia Amalasunta, come reggente del proprio figlio minore Atalarico, morto poi prematuramente. Amalasunta, pressata dagli avvenimenti e dai complotti, decide di condividere il potere con il cugino Teodato, il quale, per tutta risposta, la fa rapire e sparire per sempre. Cessa il periodo di benessere dell’Italia e comincia uno dei periodi più bui della nostra storia. Per farla breve, si alternano alla guida della corte gota in Italia vari re, mentre a Bisanzio giunge al potere lo spietato Giustiniano, il quale dichiara guerra ai Goti. La guerra dura vent’anni e produce indicibili disastri. Disastri che spalancheranno, di fatto, dopo la morte di Giustiniano, le porte all’invasione Longobarda da nord ed alle incursioni musulmane da sud. Il nostro Cassiodoro, nel frattempo, si reca a Costantinopoli probabilmente per perorare la causa del mantenimento di un regno d’occidente (per quanto, sempre sotto la tutela bizantina) e per scongiurare la guerra totale che si sta scatenando. Non riuscendo nella sua missione si ritira, già sotto Vitige, successore di Teodato, forse intorno al 555, a vita monastica in Calabria, nei terreni di famiglia, fondando ivi il Vivarium: un complesso di due monasteri (il Vivarense, cenobio di vita ascetica con intonazione culturale, il Castellense, asceterio eminentemente contemplativo), con un ricovero per gli ammalati e per i pellegrini, una biblioteca, un luogo di preghiera, dei bagni, un vivaio per i pesci (da qui il nome Vivarium), orti irrigati dal fiume Pellene (odierno Alessi). Il tutto in un’ottica di originalità monastica: lavoro manuale accompagnato alla contemplazione ed all’ascesi ma anche dallo studio e dalla trasmissione della cultura. In ciò sta la differenza con la iniziale tradizione benedettina del solo ora et labora (in realtà, il monachesimo benedettino sarà poi influenzato da quello cassiodoreo proprio sul piano della trasmissione della cultura).

E veniamo all’uomo. Sul piano politico Cassiodoro è il consigliere più fidato del re, l’artefice della politica interna e di quella estera. Fautore del dialogo con la corte di Bisanzio pur sapendone schivare le trappole, è costantemente preoccupato di produrre la più perfetta integrazione tra Goti e Romani per perpetuare, anche in occidente, la tradizione latina. Ha una peculiare concezione dello Stato come Bene Comune (bonum pubblicum, l’equità pubblica, publicum equum, ma più frequentemente la pubblica equità, il bene collettivo, che è giustizia, deve prevalere sull’interesse privato). Sul piano spirituale, Cassiodoro è un cristiano convinto. Si atterrà sempre ai canoni dell’ortodossia, rifuggendo, anzi contestando apertamente, nelle sue opere, le varie eresie in auge all’epoca. Manterrà sempre un’assoluta lontananza dalla mondanità e dalla corruzione del clero, optando, alla fine, per la vita ascetica e monastica. Sarà sempre consapevole della necessità di armonizzare la cultura profana con la rivelazione cristiana ed in questo preparerà il terreno per la trasmissione alle generazioni future del pensiero classico. È considerato l’ultimo dei Romani ed il primo uomo del Medioevo. Nello stesso tempo, per il suo amore per la cultura classica, per la sua sapienza poliedrica (dalla musica alla scienza, dalla retorica alla matematica), è ritenuto un precursore del Rinascimento e dell’Umanesimo.

Delle sue opere, la monumentale “Storia dei Goti” commissionatagli da Teodorico è andata perduta, anche se di essa ci resta una sorta di sintesi nell’omonima opera del contemporaneo ed amico Giordane. Più note e citate sono le “Variae”, una raccolta di 468 epistole di vario contenuto (soprattutto politico-amministrativo ma anche morale, giuridico, artistico, storico, naturalistico etc.) con aggiunto un trattato denominato “De Anima”. Una sintesi delle “Varie” con il testo latino a fronte e la traduzione italiana è stata pubblicata a cura di Lorenzo Viscido per Pellegrini. Opera squisitamente teologica è la “Storia ecclesiastica tripartita”, antologia di brani scelti di tre autori (Teodoreto, Sozomene e Socrate) volta a ristabilire l’ortodossia contro le eresie. Abbiamo poi le “Istituzioni”, composte per i monaci del Vivarium come vademecum per la comprensione della Bibbia e delle sette arti liberali. Vi è poi il famoso “Commento ai Salmi”, opera religiosamente ispirata e divenuta nei secoli fondamentale per la comprensione dei Salmi stessi. Diverse sono poi le opere minori.

Critici e studiosi riconoscono a Cassiodoro il ruolo di trade-union tra il vecchio mondo greco-latino in decadimento ed il mondo del Medioevo che sorgeva all’insegna di guerre, pestilenze, oscurantismo culturale. Cassiodoro, infatti, aveva intuito che stava per iniziare un tempo in cui sarebbe stato importante connettere il presente con il passato per non lasciare che un’epopea grandiosa perisse nell’oblio. Ed in questo, pur rimanendo intimamente religioso, fu anche uomo modernamente e forse prematuramente laico. 

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