LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

8- Augusto Placanica, “Storia della Calabria”.
 

Per un primo approccio con la storia calabra ho scelto una delle opere più compatte, consequenziali e complete esistenti sul mercato. Si tratta di un libro di facile lettura, non lunghissimo (459 pagine), visto l’argomento, scientifico e rigoroso nelle informazioni e nelle tesi quanto divulgativo nello stile. E’ un’opera che abbraccia tutta la storia della Calabria, dalla preistoria ai nostri giorni, ed è quindi molto utile per chi voglia farsi un’idea della complessità della vicenda umana della regione, delle dominazioni che si succedettero, dei fatti salienti che vi accaddero, delle grandi catastrofi che la colpirono, dei governi a cui fu sottoposta. Sto parlando del volume che lo storico Augusto Placanica (Catanzaro 1932 / Salerno 2002) dedicò nel 1993 alla nostra regione, con il titolo "Storia della Calabria, dall'antichità ai giorni nostri" (riedito da Donzelli nel 1999).

Prima di tutto, tentiamo, con l’aiuto del libro, di delineare, in modo sommario, le varie fasi della storia calabra (nel prosieguo di questo libro ci occuperemo anche di opere che riguardano specifici periodi storici).

L’archeologia preistorica della Calabria si arricchisce di continuo di ritrovamenti e testimonianze. E’ certo che la regione fu abitata nel corso della preistoria da popoli dediti alla caccia, alla pesca, alla raccolta dei prodotti spontanei, alla pastorizia, a qualche forma di artigianato, ad una rudimentale agricoltura. Gli storici classici, greci e romani, riferiscono anche i nomi dei popoli (avvolti nelle nebbie della leggenda) che abitarono la regione in epoca anteriore alla colonizzazione greca: Itali, Tirreni, Ausoni, Enotri, Morgeti, Peucezi, Choni, Iapigi etc. Sta di fatto che intorno all’VIII secolo a. C., complesse vicende interne alla madrepatria, produssero ondate migratorie di popoli greci verso le coste dell’Italia Meridionale. Fu l’epopea della Magna Grecia, la Megàle Hellàs di cui parlano Polibio e Strabone. In quell'epoca furono fondate le principali colonie calabre del versante ionico: Reggio, Locri, Crotone, Sibari. Esse divennero ben presto ricchi centri di traffici commerciali, di produzioni, di colture, di arte e cultura e, nello stesso tempo assunsero notevole importanza militare. Intorno al IV secolo la potenza delle colonie greche, già minata da lotte intestine, venne ulteriormente minacciata dall'arrivo del popolo italico dei Bruzi o Bretii (originatosi dalla scissione dei Lucani), composto di genti rustiche, frugali, abituata alla vita nelle foreste, fiere ed aggressive. Mentre Bruzi ed Italioti (così venivano chiamati i greci di Calabria) guerreggiavano fra loro, giunse l'espansionismo romano. Sconfitti Pirro ed Annibale, annientato lo schiavo ribelle Spartaco (tutti costoro avevano trovato l'aiuto dei Bruzi e di una parte degli Italioti), i Romani conquistarono definitivamente il Bruzio e vi imposero la pax romana. Da qui iniziò la lenta, inesorabile decadenza di quella che, nel periodo della colonizzazione, era stata una delle terre più ricche e raffinate del Mediterraneo. La regola nell'agricoltura divenne il latifondo schiavistico ed iniziò la sistematica spoliazione dell'ingente manto silvano della regione. Alla caduta dell'impero romano seguirono le calate dei popoli barbarici. Dopo la guerra greco-gotica, nel 554 la Calabria rientrò sotto la sfera d'influenza dell'Impero Romano d'Oriente e quindi di Bisanzio. Sotto i Bizantini vi fu un fiorire del monachesimo orientale, con benefici anche per l'economia. Intanto cominciarono le incursioni musulmane dal mare, con saccheggi, devastazioni, furti, rapimenti ripetuti nel tempo. Nella Calabria settentrionale vi fu anche la dominazione longobarda sino alla riconquista bizantina dell'885/886. Nel 1052 presero la Calabria i Normanni, che vi introdussero il feudalesimo. Cominciò una lenta rilatinizzazione della vita religiosa, con la fondazione di monasteri ed abbazie di rito latino, appunto. Ai Normanni successero gli Svevi (dal 1186 al 1268). Dal 1266 al 1442 subentrano gli Angioini. La successiva dominazione degli Aragonesi durerà dal 1442 al 1504 (è il periodo del cosiddetto viceregno spagnolo). Mentre con Ferdinando d’Aragona detto il Cattolico (siamo agli inizi del 1500) prese il via la dominazione spagnola vera e propria (direttamente collegata, cioè, al regno di Spagna). Sotto gli spagnoli si verificò una prima ondata di ribellismo sociale. Dal 1707 al 1734, gli Austriaci successero agli Spagnoli a seguito di complicate manovre dinastiche e guerresche. Nel 1734 si instaurò il regno borbonico che durò sino all’Unità d’Italia, con la breve ma importante parentesi della conquista francese (1806/1815). I francesi abolirono la feudalità. Sotto di essi si produsse la seconda ondata di brigantaggio. Nel 1861 venne proclamata l'unità d'Italia. All'Unità, per effetto delle promesse di Garibaldi non mantenute circa la redistribuzione delle terre, della coscrizione obbligatoria, dell'esautoramento di quasi tutte le attività economiche che erano state fiorenti sotto i Borboni, dell'aumento della povertà, si ebbe la terza ondata di brigantaggio, con la spietata reazione dell'esercito sabaudo. Si verificarono almeno tre grandi ondate migratorie: la prima dopo l'Unità, la seconda dopo la prima guerra mondiale, la terza dopo la seconda guerra mondiale. Il resto è complessa storia contemporanea, che sarebbe troppo lungo delineare qui. 

Fatto questo rapido excursus sulla storia della Calabria - a valere come primo approccio al tema - veniamo ad alcune delle tesi dell'autore. Placanica individua come elementi distintivi della storia della Calabria la struttura del suo territorio e l’anima del suo popolo. Nella visione di Placanica la Calabria è effettivamente assente dal protagonismo storico, ma ciò non toglie che la Calabria abbia rivendicato – ed altri le abbia riconosciuto – un patrimonio di identità assai forte all’interno della compagine nazionale e dello stesso Mezzogiorno d’Italia.

L’autore riconosce innanzitutto due fondamentali epopee caratterizzanti: la prima, quella magnogreca, sostanzialmente conclusasi con la conquista romana ed emblematicamente perduta perfino nelle sue vestigia archeologiche; la seconda, quella bizantina, viceversa radicatasi ben oltre lo stesso termine della dominazione. Ma, aggiunge lo storico, soprattutto in età moderna, l’identità della Calabria va stemperandosi e via via dissolvendosi sino ad essere brutalmente cancellata con il processo dell’Unità d’Italia. Azzarda Placanica che con l’Unità d’Italia la “storia della Calabria si estingue”, lasciando il posto al perdurare immobile di stereotipi. Una Calabria in idea, dunque, prende il posto di una Calabria di fatto.

E che dire del quadro moderno della Calabria della ndrangheta e del malaffare? È – si chiede Placanica – un fatto storico sul quale prevale di più il pregiudizio o la verità? E in quest’ultimo caso, sono da invocarsi più responsabilità interne o esterne alla regione ed ai suoi abitanti?

Ma, per tornare ai due elementi distintivi elencati da Placanica, l’idea che lo storico si è fatto è che il primo di quegli elementi - la natura - abbia esercitato sul secondo – i calabresi e la loro anima - un “possente dominio”, una “forza incoercibile” e che, per converso, i frutti nefasti di tale dominio siano stati causati proprio da “risposte inadeguate” che l’uomo e la società hanno dato alle sfide della natura. Tutto il libro è attraversato da questo conflitto e da questa ambivalenza: conflitto perché il calabrese ha sempre nutrito nei confronti degli elementi naturali un senso di ripulsa, di inimicizia (il bosco e la montagna concepiti come ladri di terra, i fiumi come apportatori di piene rovinose, le poche pianure come sedi di paludi malariche, il mare come vettore di pirati); ambivalenza perché ciò nondimeno la terra per il calabrese ha rappresentato per secoli tutto ciò cui egli potesse aspirare e la Calabria, pure così avara nei suoi confronti, al punto da farlo emigrare lontano, è stata sempre portata nel cuore come luogo favoleggiato dell’anima.

Nel concludere il primo capitolo del volume Placanica auspica: “L’amore per le proprie terre, i propri paesaggi, le acque, le rocce, l’aria, le piante, l’aria, le piante e gli esseri viventi di Calabria, deve essere la nuova sfida culturale dei Calabresi: la difesa a oltranza del proprio territorio ne sarà il vero – primo e ultimo – banco di prova.”

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