LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

1- Corrado Alvaro "Gente in Aspromonte".

 

“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino ed invernale. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande dei porci neri. Intorno alla caldaia, ficcano i lunghi cucchiai di legno inciso, e buttano dentro grandi fette di pane. Le tirano su dal siero, fumanti, screziate di bianco purissimo come è il latte sul pane. I pastori cavano fuori i coltelluzzi e lavorano il legno, incidono di cuori fioriti le stecche da busto delle loro promesse spose, cavano dal legno d’ulivo la figurina da mettere sulla conocchia, e con lo spiedo arroventato fanno buchi al piffero di canna. Stanno accucciati alle soglie delle tane, davanti al bagliore della terra, e aspettano il giorno della discesa al piano, quando appenderanno la giacca e la fiasca all’albero dolce della pianura. Allora la luna nuova avrà spazzata la pioggia, ed essi scenderanno in paese dove stanno le case di muro, grevi delle chiacchiere dei sospiri delle donne. Il paese è caldo e denso più di una mandra. Nelle giornate chiare i buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben modellati e bianchi come sono, sembrano più grandi degli alberi, animali preistorici.”

È l’incipit del libro più famoso della narrativa calabrese, "Gente in Aspromonte" di Corrado Alvaro, pubblicato per la prima volta nel 1930 a Firenze da Le Monnier (oggi rinvenibile in edizione Garzanti).

Gente in Aspromonte, in realtà, non è un romanzo ma una raccolta di racconti, come si addice a chi vuol rievocare ricordi della propria infanzia, storie, situazioni, tipi umani. Alvaro era nato, infatti, nel 1895 in un paese alle falde dell’Aspromonte orientale, San Luca (morirà a Roma nel 1956), che diventerà, a cavallo tra il secolo trascorso e quello attuale, tristemente noto per i sequestri di persona prima e per i fatti di sangue legati alla 'ndrangheta poi. Ed a San Luca Alvaro aveva trascorso l’infanzia, immerso in un mondo arcaico, indietro di cent’anni rispetto al resto d’Italia: “Ancora i puledri col monello a bisdosso cavalcano pel sentiero secolare, e i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro. E’ un fatto che qui manca la nozione geometrica della ruota. Ma per poco ancora. Come al contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. E’ una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie.” Un vero e proprio programma politico-antropologico. Innanzitutto la constatazione che a scomparire è una "civiltà" ossia una cultura, un mondo che contiene valori, non solo miseria ed arretratezza. Ed allora viene da chiedersi perché non si debba piangerne, perché non bisogna, cioè, rammaricarsi della sua completa, anche se graduale, scomparsa. Un mondo può - anzi deve -, senza dubbio, cambiare. Ma un conto è la sua naturale evoluzione, senza abiura del passato, della memoria, dei valori fondanti. E un conto è la negazione, la cancellazione di quel passato, di quella memoria, di quei valori, per abbracciare una fraintesa modernità che, qualche decennio più avanti, Pier Paolo Pasolini, riferendosi all'intero Paese, denuncerà come “mutazione antropologica”: cruenta trasformazione di una civiltà contadina in una società edonistica e consumistica (si veda il volume dal titolo “Scritti corsari”). Tornando al passo appena riportato, mi chiedo: se è una scomparsa sulla quale non bisogna piangere, perché mai occorre serbarne quanta più memoria possibile? Non certo per ragioni, diciamo, museali, per creare qualche banale museo della civiltà contadina - come tanti ve ne sono in Calabria - dove si espongono, in gran confusione, costumi ed attrezzi di lavoro, oggetti della vita comune e cimeli storici. Sarebbe un'operazione sterile, destinata a nessuna funzione effettiva, se non quella di creare una posticcia identità folkloristica, come evidenziava già Maurice Aymard nel volume a più mani “Il Mediterraneo” curato da Fernand Braudel. La memoria deve essere un sentimento vivo ed utile, che eviti la trasformazione dei luoghi in non-luoghi (nell’accezione voluta da Marc Augé) e della gente in comunità anonime, omologate, prive di identità.

Mentre Alvaro vive le tragiche ed apocalittiche esperienze degli anni tra le due guerre mondiali, San Luca ed i pastori dell’Aspromonte trascinano la loro grama esistenza sulla base di regole antichissime, elementari, immutate, fissate da codici ancestrali, dove la sopraffazione, la sofferenza, il dramma, l’indigenza, l’odio, l’invidia, la vendetta, ma anche la pietà, la passione, l’amore, la sensualità sono le regole fondanti. Il mondo che circonda queste esistenze tragiche e dimenticate, infatti, non è esente da valori profondi e da una sua intima bellezza, alla cui costruzione contribuisce anche la natura aspra e sublime della montagna. Tanto che nell’animo del narratore restano iscritti, con caratteri indelebili, i tratti del paesaggio, rievocati spesso nelle descrizioni dei sentimenti dei personaggi più che dei luoghi stessi. Come se la natura avesse maggior senso in una prospettiva interiore che esteriore. Come se fiumare, burroni, cieli plumbei, temporali, alberi colossali, abissi senza fondo stessero prima di tutto nel cuore degli uomini prima ancora che nelle pieghe della terra.

Ma, in "Gente in Aspromonte" c'è molto di più, naturalmente. Quel mondo che scompare, come abbiamo detto, non è solo un mondo fatto di miseria materiale. E', invece, un mondo complesso ed affascinante, dove altri sentimenti trovano cittadinanza nonostante tutto: la sensualità prorompente de “La pigiatrice d'uva", la sensualità quasi onirica de "La signora Flavia", la speranza nell’amore de “Il temporale d’autunno”. Ed è proprio da questo racconto che traggo l’ultima citazione. Due giovani pastori - un uomo ed una donna - le cui famiglie sono divise da un odio atavico, s'incontrano per caso in un riparo di pietre ed arbusti per sfuggire alla tempesta, e si innamorano contro ogni ragionevolezza, contro ogni paura, contro ogni tabù: "Sembrava che qualcuno alle loro spalle li scacciasse da un regno felice, incontro ad un dolore sconosciuto, ma che finalmente questa era la felicità".  Tutto questo mentre fuori imperversa il temporale: “Si sentiva la pioggia risalire frettolosamente i fianchi della montagna, col suo rapido passo su per le foglie dei boschi. I viaggiatori, tirando e spingendo le cavalcature, guardavano la cima ancora sgombra e limpida. Ma intorno gli alberi si agitavano, tremavano le foglie, con fruscio d’una folla aspettante. Scoccò un fulmine e frantumò il sole incerto in un pulviscolo luminoso. Dietro a questo splendettero le felci verdissime, i tronchi grigi e rossastri di certi alberi, e gli abeti diventarono chiari e gemmati come alberi da palcoscenico. Si vedeva, dal fondo delle valli, la gente che si affrettava per i fianchi del monte, e i musi delle bestie nere tesi dietro una cavezza invisibile. Ma poi il sole si velò, la montagna si mise a vociare, mentre da ogni piega si buttava giù fragoroso un rivo d’acqua torbida. L’acqua si mise a scrosciare interminabile, frustata dai fulmini, ne era piena ogni accidenza della terra. La nuvola larga calata sulla montagna la stacciava furiosamente all’ingiro, si allungava a sorvegliare il torrente che andava verso il mare, preso da una fretta disperata. Le prospettive false create dai baleni e dagli strappi improvvisi delle nubi simulavano regni profondi e lontani.”

 

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