LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

6- Ernesto de Martino, "Sud e Magia".
 

Fondamentale, per capire il Sud (e, quindi, anche la Calabria), è leggere Ernesto de Martino (Napoli 1908 / Roma 1965): le sue opere testimoniano della specificità della cultura meridionale (intesa antropologicamente, ossia come insieme di usanze e tradizioni proprie di una comunità) rispetto alla storia della religione e con riguardo ai metodi di superamento delle crisi legate alla condizione individuale e sociale dei meridionali dell'epoca, di cui abbiamo parlato nei commenti precedenti.

De Martino fu letterato ma con profonde conoscenze di mitologia, psicologia e psicoanalisi, storico delle religioni, antropologo, etnologo (per queste attività acquisì una grande fama in Italia e nel mondo), studioso e ricercatore sul campo del folklore e della religiosità popolare nel Sud Italia, all'epoca ancora in gran parte arcaico ed emarginato.

Tra i vari titoli di de Martino ho scelto di occuparmi, innanzitutto, di "Sud e magia" (edito nel 1959 da Feltrinelli). Anche se il contenuto del libro riguarda la "magia lucana" esso è senza alcun dubbio applicabile anche alla Calabria. Prima della fine di questo libro ci imbatteremo in un’altra importante opera del nostro autore.

E’ utile, innanzitutto, chiarire il significato di alcuni termini essenziali per comprendere il libro. "Religione" (il termine viene dal latino e significa "raccogliere", "recingere"): "consiste - secondo un'utile definizione di William James (in "Le varie forme dell'esperienza religiosa" Morcelliana 2009) - nel credere che esiste un ordine invisibile e che il nostro bene supremo è l'adattamento armonico ad esso". "Sacro" è, invece, parola indoeuropea che significa "separato", dal mondo profano, come mette in evidenza Rudolph Otto, in famoso libro dedicato a questo argomento ("Il sacro" SE 2009) e come spiega diffusamente Umberto Galimberti in un'opera più attuale ("Orme del sacro" Feltrinelli 2000). La dimensione sacrale della vita è riconoscere che nel mondo, nelle cose, nelle persone, nelle azioni, c'è qualcosa che va oltre il dato puramente fisico e materiale, è percepire i limiti della natura (umana) dinanzi al soprannaturale. "Mito" è una narrazione sacra di gesta ed origini di dei ed eroi, ma si differenzia in modo essenziale dalla "religione". Mentre il mito è rivolto al passato e al presente, in cui il passato ritorna secondo una visione ciclica del tempo (nascita, vita, morte, rinascita), tipica delle popolazioni precristiane ad economia agraria del Mediterraneo, la religione, particolarmente quella cristiana, è escatologica (ossia tendente al fine della risurrezione) e perciò rivolta al futuro e ad un presente ri-conosciuto come attesa. "Rito", infine, intende quei cerimoniali con i quali si ripetono eventi mitici o religiosi e che servono, come vedremo, a perpetuare, attraverso l'adesione ad essi, un certo ordine esistenziale potenzialmente o effettivamente esposto a rischio.

E veniamo a "Sud e magia". Le esplorazioni entografiche da cui il libro nasce furono effettuate in Basilicata, tra il 1950 ed il 1957. La "magia lucana" indagata da de Martino è quel coacervo di antiche pratiche rituali all'epoca ancora presenti nelle classi subalterne (contadini e pastori dei piccoli paesi) per scacciare il negativo dalla vita delle persone (de Martino usa l'efficace espressione "destorificazione del negativo").

Il negativo era innanzitutto la "fascinazione", per opera della quale una persona poteva sentirsi agita (posseduta) da una forza potente ed occulta che ne condizionava l'esistenza. La fascinazione avveniva per effetto del malocchio o dell'invidia o di vere e proprie "fatture" ossia da rituali praticati appositamente da un soggetto fascinatore (la fattucchiera) a danno di un soggetto fascinato (la vittima). L'esperienza negativa dell'essere agito da, poteva divenire talmente parossistica dal trasformarsi in vera e propria possessione da parte di presunti spiriti demoniaci. Il contrasto alla fascinazione avveniva per opera per lo più di persone dotate di apposite conoscenze iniziatiche, le quali operavano con un rituale di gesti, scongiuri e formule magiche.

Un altro campo di esplicazione della magia era l'arte di precettare il tempo ossia di scacciare le tempeste potenzialmente dannose al raccolto con formule e gesti cerimoniali.

Nella seconda parte del libro l'autore, invece, analizza e discute i risultati delle esperienze sul campo descritte nella prima parte (e ne descrive altre ancora). Ed è qui che emerge la straordinaria importanza del lavoro di de Martino, che esula dallo specifico campo etnografico per entrare a pieno titolo nell'interpretazione più complessiva dei fenomeni storici, sociali e culturali (del Sud).

De Martino mette in evidenza come connettere il permanere di tali pratiche alla pura e semplice precarietà delle condizioni di vita delle classi subalterne non basta a spiegare il fenomeno. E conia il fortunato e affascinante concetto della "crisi della presenza". La presenza dell'uomo nel mondo è il suo poter "essere" nella "storia" ossia in quella condizione del divenire comunitario e sociale che conferisce un senso, un "valore" all'esistenza dell'individuo. L'appartenenza a quella determinata "cultura" ed il poter essere protagonista di quella vita culturale, sentendosene parte e aderendo ai suoi valori, costituisce la presenza dell'individuo nel "mondo" (da intendersi come patria culturale).

Ora, succede che la "presenza", così come delineata, possa essere messa in crisi per effetto di violenze, malattie, carestie, catastrofi naturali etc.. Può accadere, cioè che l'individuo venga deprivato o anche solo minacciato, sul piano della "storia" (parliamo della storia della sua comunità, del suo paese), di quella possibilità di essere nel mondo partecipe attivo di valori. Ed ecco che la "crisi della presenza" viene combattuta con il ricorso, nel caso della Lucania (ma anche della Calabria) alle pratiche magiche. Secondo de Martino la magia lucana (che è poi ricorso al rito ed al mito per come li abbiamo sopra definiti, seppure frutto di sincretismi tra pratiche ancestrali e forse pagane, da un lato, e cerimoniali, testi, preghiere cattolici, dall'altro), nel momento della "crisi della presenza" che rischia di espellere dalla storia l'individuo, interviene a creare un orizzonte storico parallelo - che l'autore definisce metastorico - nel quale l'individuo stesso e coloro che gli stanno vicini sono certi di poter contare, perché frutto di un immemorabile, positivo ripetersi. De Martino definisce la situazione potenziale della crisi "labilità della presenza" e la magia lucana "un insieme di tecniche socializzate e tradizionalizzate rivolte a proteggere la presenza", che, una volta ristabilita, torna a vivere nella sua pienezza nella  storia.

Per quanto attiene ai rapporti tra magia lucana e cattolicesimo meridionale, è nota, suggerisce l'autore, l'originalità di quest'ultimo sotto il profilo delle accentuazioni di "esteriorità", "paganesimo" e "magia" (che fecero gridare allo scandalo - aggiungiamo noi - luterani e calvinisti). Tali accentuazioni non sono altro che la prova di un "raccordo" consapevole (da parte del clero) tra antiche pratiche pagane e nuovo culto cristiano. Raccordo che ha fatto in modo di preservare forme insostituibili (nell'universo simbolico delle classi subalterne meridionali) di protezione della labilità della presenza, contaminandole con elementi della nuova religione, che venne così più facilmente accettata.

Ciò che ha fondamentale rilievo per de Martino sono anche i raccordi tra il mondo magico e l'alta cultura laica del Mezzogiorno, a riprova della misura del "pensiero meridionale a quella alternativa fra magia e razionalità, incantesimo e scienza, esorcismo ed esperimento che costituisce uno dei temi fondamentali da cui è nata la società meridionale." E suggerisce ancora: "In questa allargata prospettiva si presenta a prima vista un singolare contrasto; proprio in quest'angolo d'Europa [...] balenarono, con i Bruno e i Campanella, temi di pensiero che notevolmente concorsero a rompere la tradizione della magia cerimoniale e demonologica del medioevo ed a dischiudere attraverso la magia naturale, il senso delle possibilità demiurgiche dell'uomo".

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