LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

19- Franco Cassano, “Il pensiero meridiano”.
 

“Se si vuole ricominciare a pensare il Sud sono necessarie alcune operazioni preliminari. In primo luogo occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura. […] Non pensare il sud alla luce della modernità ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud. Pensare il sud vuol dire allora che il sud è il soggetto del pensiero: esso non deve essere studiato, analizzato e giudicato da un pensiero esterno, ma deve riacquistare la forza per pensarsi da sé […]. Pensiero meridiano vuol dire fondamentalmente questo: restituire al sud l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri. Tutto questo non vuol dire indulgenza per il localismo […]. Al contrario un pensiero meridiano ha il compito di pensare il sud con maggior rigore e durezza, ha il dovere di vendere e combatte iuxsta propria principia la devastante vendita all’incanto che gli stessi meridionali hanno organizzato delle proprie terre”. E’ l’incipit di uno dei libri più letti e discussi, negli ultimi anni, sul Sud, “Il pensiero meridiano” (il titolo è preso in prestito Camus) del sociologo Franco Cassano (Ancona 1943) edito da Laterza nel 1996. Il lavoro di Cassano, come quello di Mario Alcaro, che abbiamo appena commentato, si inserisce nel novero del lavoro che un piccolo gruppo di intellettuali coraggiosi e contro-tendenza sta svolgendo da tempo per propugnare un nuovo modo di pensare il Sud ed ai suoi problemi.

La tesi di Cassano prende le mosse da questa considerazione: “Non solo le patologie meridionali non nascono da un deficit di modernità, ma sono il sintomo di un’infezione che nasce dal centro del sistema, le spie di una ferocia nuova e unidimensionale del turbo capitalismo”. Cassano parte, dunque, da una critica del sistema politico, sociale ed economico che oggi governa la vita di una gran parte del mondo e che nell’Occidente ha avuto la sua incubatrice. E che a viva forza l’Occidente – con i suoi alleati – ha imposto al resto del mondo.

Il libro di Cassano non è sistematico e consequenziale come quello di Alcaro, che è, invece, un tentativo di elencare gli stereotipi che gravano sul Sud, di confutarli e di ipotizzare le vie d’uscita da un’innegabile situazione di deficit. E’ invece un ragionamento completamente svincolato da intenti didascalici, scritto con un linguaggio ispirato ed a tratti poetico.

Difficile spiegare il libro. Meglio lasciar parlare l’autore: “La capacità di escludere gli altri era il privilegio di quelli veramente ricchi e la nostra libertà è diventata la rincorsa paradossale ed inflattiva a quel modello. […] Questa emulazione ha prodotto la strage degli incontri e delle solidarietà collettive, la trasformazione del pubblico in un’entità residuale, in qualcosa in cui si scaricano con sempre meno scrupoli i rifiuti delle nostre appropriazioni private. […] Non avremo certo raggiunto i ricchi che saranno sempre capaci di escludere gli altri, ma in compenso avremo imparato a pensare come loro, perdendo anche l’orgoglio di non essere come loro. […] Pur dentro al nostro benessere siamo poveri. Siamo poveri di coraggio, di quella virtù inaugurale che rende possibile il nuovo, quello vero e non quello di plastica, quello povero e iniziale, non quello che sa solo afferrare, comprare e conquistare. Ed è il coraggio ciò che non fa subire il torto, che fa ribellare, che fa dire la verità ai poteri di brillantina, di auto blu, di mani sudate, di prime pietre, di parate, di commemorazioni, di galoppini e telefonini, di oscene cerimonie in cui si benedice l’impudicizia del potere”. […] La bellezza si è ritirata […] è tanto più lo farà se noi la inseguiremo pensando alla sua infinita riproducibilità. […] La voracità di massa la distrugge proprio perché pensa che essa sia un diritto per il quale basta pagare. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge e i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra l’esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.

L’idea di Cassano è che il Mediterraneo e, in particolare, la Grecia della storia, con la sua struttura frattale (montagne inframezzate, parcellizzate dal mare – visione ideale che corrisponde a quella storica e geografica di Fernand Braudel, che abbiamo già incontrato), siano il paradigma dell’esperienza liminare, del partire e del tornare di Ulisse, del senso della misura e del limite che nascono dal riconoscimento del sacro. Non così per l’Europa centrale e la Germania, che stanno esattamente al polo opposto e dove vige la prevalenza della dismisura.

Secondo Cassano quello occidentale è un homo currens, asfissiato dalla fretta, ossessionato dall’idea del profitto, esacerbato dall’egoismo, teso nella necessità di una continua competizione, roso dal tarlo del pensiero unico.

Di fronte all’imposizione del modello occidentale, i paesi aggrediti si suddividono in due grandi categorie, secondo un’intuizione di Arnold J. Toynbee citato da Cassano: da un lato gli “erodiani”, ossia coloro che assumono l’altro come modelli e cercano di imitarlo (pensiamo al Giappone o, in tempi più recenti, ai cosiddetti paesi emergenti); dall’altro gli “Zeloti”, cioè quelli che, temendo di uscire sconfitti ed umiliati dal tentativo di imitare, si chiudono in una difesa arcaica della propria identità (pensiamo ai paesi islamici). In entrambi i casi si produce un fenomeno di “deculturazione”, secondo una definizione coniata da Serge Latouche. Da qui lo sradicamento di milioni di persone.

Il compito del pensiero meridiano è quello di recuperare la solidarietà fra l’uomo e la terra che lo ospita. Scrive Cassano: “Questo rapporto originario e profondo con la terra lo si può ritrovare solo recuperando il cuore greco della nostra civiltà, quell’amore classico per il cosmo che è stato infranto dalla tradizione ebraico-cristiana”.

La definizione di pensiero meridiano la si deve ad Albert Camus, che con queste parole titola un intero capitolo de “L’uomo in rivolta”. E Cassano si sofferma a lungo su Camus. “Tutto lo sforzo del pensiero tedesco – scrive Camus richiamato da Cassano – è consistito nel sostituire al concetto di natura umana quello di situazione umana, e di conseguenza la storia a Dio e la tragedia moderna all’antico equilibrio […]. Ma io, come i greci, credo nella natura.”

Beninteso, soggiunge Cassano, non si tratta di disprezzare una civiltà rispetto ad un’altra, ma solo dire che esiste un pensiero al quale non si potrà più a lungo rinunciare.

L’idea chiave di Cassano è che il Sud ha rinnegato la propria tradizione e l’ha assunta come una colpa, salvo poi a tentare di recuperarla deformandola e prostituendola di fronte alla marea consumistica ed edonista della modernità.

Non è un caso che il libro di Cassano si chiuda con un saggio su Pier Paolo Pasolini e sulla sua idea di ritorno al sacro che lo vide impegnato negli ultimi anni della sua vita (dopo aver combattuto a lungo quella che lui chiamava mutazione antropologica prodotta dalla deriva consumistica ed edonista della società italiana). La libertà dell’uomo moderno è apparentemente infinita, ma in realtà è completamente dipendente dal mercato. La libertà si trasforma in una perenne insoddisfazione che cerca di placarsi mediante la ricerca ossessiva e coatta di beni materiali. Per Pasolini il sacro può mutare funzione e divenire l’unica resistenza alle regole spietate del consumismo. Il tema fondamentale: è possibile usare il sacro in chiave eretica? E’ possibile un uso rivoluzionario della tradizione? Sacro e tradizione che sembrerebbero richiamare la conservazione, la reazione. E che invece racchiudono in se stessi, in questo mondo consacrato al miraggio dello sviluppo senza misura e senza limite, l’unica alternativa possibile alla dissoluzione dell’umanità.

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