VIVERE DI EMOZIONI


Cosa farei se non potessi vivere di emozioni? Me lo sono chiesto spesso. Soprattutto dall'inizio di quest'anno, a causa del mio infortunio alla caviglia. La necrosi all'astragalo è stabilizzata, ma non guarirà. Per questo, un giorno, non potrò più camminare in montagna. E per intanto non potrò più fare le mie amate corsette serali. E' stato duro sentirselo dire. Come una fiammata nella psiche. A volte penso che tutto ha una fine, come mi disse un giorno un anziano contadino incontrato in una masseria sotto il Monte Mammicomito. E la fine può anche essere preannunciata. Altre volte intuisco che le emozioni danno gioia ma consumano. Che le emozioni stancano. Non ti lasciano riposare, dormire: sempre un luogo da desiderare, un viso da osservare, uno sguardo da cercare, un libro da trovare, un'idea da capire. E se, invece, le emozioni fossero proprio una medicina naturale? Contro la piattezza, la cattiveria, l'insensibilità. Stasera ho un guazzabuglio in testa. Mi sono appena riavuto da un'emozione straordinaria. Ho vicino mia figlia di nove anni. Le ho mostrato al computer le foto della galaverna sui faggi del Monte La Calvia, del Cozzo del Pellegrino innevato come una vetta alpina, degli abissi ghiacciati che precipitano verso la valle dell'Abatemaco, dello sfondo disambientato del Mar Tirreno, dei boschi di aceri attorno a Mondo Nuovo, ancora accesi di gialli, arancioni e cremisi, di questo pazzesco autunno-inverno in un sol momento. Le spiego la cartina corografica, con i simboli, i nomi, le curve di livello, i sentieri, i paesi, i fiumi, i boschi, le rocce. Lascio che i suoi ditini sfiorino le carte geografiche a rilievo appese al muro, giocando a cercare la montagna dove siamo stati. "Papà, mi ci porti? Su questa neve dico". Tesoro, guarda che questa è una neve molto strana. Non è quella, firmata, di Cortina, come dice Mauro Corona. O quella, scarabocchiata, di qualche scimmiottante località turistica calabra. Quella che vedi nelle foto, quella di stamane, è una neve splendida e micidiale. Visioni da sogno. Aperture vastissime. Solitudine e silenzio assoluti. Gelo e vento. Non dovevamo essere lì stamane. C'erano gli aceri del Monte Sparviere in programma. Solo viaggiando in auto, ho cominciato a percepire un richiamo. Sempre più forte. Irresistibile. Mi sono ricordato di vent'anni fa. Una domenica di inizio novembre. Stesse nubi. Stessa temperatura. Stesso improvviso sereno. Stesso richiamo. Stesso spettacolo. Il Cozzo del Pellegrino mi ha attratto a sé. Come vent'anni fa. Come per consacrare un anniversario. E come allora, siamo improvvisamente entrati in paradiso. "Guardate, ricordate, non smettete di saziarvi. Fate il pieno di emozioni. Quel che vedete non è dato a tutti e difficilmente accadrà una terza volta. Siete, siamo dei privilegiati", ho detto agli amici stamani. E stasera, qui, nello studiolo della mia casa, in mezzo ai libri, alle scatole di diapositive, ai teschi di lupi e di cinghiali, alle mappe della Terra di Mezzo di Tolkien e a quelle vere dell'IGM, agli oggetti regalatimi dai pastori, alle mie foto sul Castore, Sui Breithorn, alle Torri di Canolo, alle Cascate di Marmarico, nella Grotta di Ntoni Maria, alle foto dei miei genitori nell'autunno del Gariglione, a quelle dei miei figli, di mia moglie, dei miei nipoti, del mio cane Elfo dei Boschi, insieme ai primi scarponi da montagna, alle prime ciaspole di legno e corda, ai flauti andini, alla pipita calabrese, ai poster di lupi, orsi e linci ... al faccino implorante di mia figlia che vuol portarmi giù, dinanzi al camino, per vedere insieme un film, ho capito che forse, l'unica risposta possibile a cosa farei se non potessi vivere di emozioni è: morire di emozioni. Perché di troppe emozioni si può anche morire.


Nelle foto: immagini del Monte La Calvia e del Cozzo del Pellegrino (Monti dell'Orsomarso, Calabria), ieri domenica 13 novembre. Foto Francesco Bevilacqua.


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