LA CALABRIA AMA NASCONDERSI.


La nebbia è fitta, lattiginosa. Il vento da nord-ovest l'addensa sull'abetina del Monte Mancuso. Visione da sogno: sul grigio sudario si stagliano solo due forme d'albero, mentre al centro, in alto, l'effetto ottico di un sole enorme. Già questa ierofania, questo manifestarsi del sacro, basterebbe a riscattare l'intero cammino di oggi. Ieri, una cara amica mi ha chiamato: "Scusami, ma mio figlio vuol venire a camminare con te". Provo a consigliare un primo approccio con le escursioni collettive del CAI. Ma Vera è categorica: "Lui vuol venire solo con te". Di fronte a tanta urgenza, non oso resistere. l'Ordine Pedestre dei Camminatori Errani è molto selettivo. Ma anche molto intuitivo. E' lui il più giovane del gruppo oggi. 27 anni, studi di medicina, un'esperienza Scout alle spalle. E' uno di quei giovani intelligenti, umili, curiosi come ce ne sono pochi in circolazione. L'essersi volontariamente sottratto ad una domenica bestiale è già un buon viatico. Superiamo le frazioni rurali di Nocera Terinese. La valle del Torrente Rivale modella questa piega tra i monti, che ben pochi conoscono. Uno dei tanti inutili rifugi forestali, interamente blindato. A piedi verso il sentiero laterale delle salamandre pezzate. Così l'abbiamo chiamato viste quante ne abbiamo trovate ogni volta. Attraversiamo i rivoli che si tuffano nel Rivale e raggiungiamo il crinale opposto. Dove campeggiano in sequenza tre importanti iconemi (segni distintivi dei luoghi): Pietra dello Strempato, Pietra dell'Orso, Pietra del Corvo. Rupi insolite nell'ambiente a bosco e brughiera di questi rilievi, che accendevano la fantasia della gente del luogo. Lungo il silenzioso crinale sino all'abetina centrale, che Giulio Morrone mi spiegò piantumata dai prigionieri austriaci della Prima Guerra Mondiale. E' li che compare il grande, misterioso sole (penso alla festa latina del Sole Invitto, tramutata nel Natale cristiano). La nebbia offre una dimensione ancor più spirituale, mistica del cammino. Senti la presenza del grande mistero. Ognuno degli erranti può attribuirgli ciò che vuole. Il nostro Ordine non è dogmatico. Ieri, sabato, durante la cerimonia del Premio Padula, ho tentato vanamente di far capire ad una pur brava Enrica Bonaccorti, qualche non luogo comune sulla Calabria. E ho parafrasato uno dei più famosi frammenti di Eraclito: "La natura ama nascondersi", a cui un grande studioso francese, Pierre Hadot, dedicò un bellissimo libro "Il velo di Iside, storia dell'idea di natura", Einaudi. Anche la Calabria ama nascondersi, ho detto. Tanto che i suoi abitanti neppure la conoscono. E i forestieri la vedono racchiusa e conchiusa nel mare e nella 'ndrangheta. Ma la Bonaccorti era su un altro pianeta e perorava strade e opere pubbliche per consentire alla Calabria di essere fruita. Una cura che dura da una quarantina d'anni, ha prodotto solo incompiute - talvolta davvero inutili - e tanto male ha fatto ai nostri paesaggi. Per fortuna oggi sono qui, nella nebbia e nel silenzio, nella solitudine e nel vento a riscattare il mio fine settimana. Giunti a Spombi, i quadrivio orientale del Mancuso, l'istinto ci dice di allungare ancora il cammino. Aggiriamo il Mancuso sul lato est, lungo un vecchio sentiero che domina la conca di San Mazzeo, oltre la quale si erge il Monte Reventino. Ecco i dimenticati castagni secolari di Telara, i cerri, gli ontani. Una piccola stalla ricavata in una Renault 5, con parabrezza autenticamente d'eternit. Affaccio su Pietra U Pispicu, che domina la valle del Torrente Bagni e guarda verso la piana e il golfo di Sant’Eufemia.

Giù, verso la valle, dalle querce si solleva fremente una folla di foglie dorate che paiono farfalle impazzite. Ancora su, sino alla Bocca di Iunci, il vecchio bivio che ci immette nella più sontuosa faggeta del Mancuso. Un vento gelido ci investe. Diamo fondo alle nostre scorte di indumenti tecnici. Sosta per rifocillarci e bagno di foglie di faggio. Finalmente il sentiero e la porta segreta che ci immette fra le Timpe di Manca, un grandioso complesso litico nella faggeta, in linea sopra le case di San Cataldo. Qui il genius loci non è ancora fuggito via. Vive, incubico, sotto i muschi, negli anfratti, nel cuore delle pietre. Ogni rupe ha un nome: Simia, Mancusa, delle Fate, Pizzuta. Intorno larghe conche che avranno ospitato guerrieri e briganti, fate e stregoni, uomini e donne in cerca di legna, verdure selvatiche, pascoli per gli animali. Dopo sette ore di cammino, diciannove chilometri di percorso, senza carte e senza bussola, si chiude il nostro errare. Il tempo di incontrare un vecchio pastore alle prese con una vacca riluttante, un asino aggiogato sulle zampe che rumina nell'erba gelida, un anziano contadino che pulisce una vigna. E di portare sostegno al nuovo sindaco di Nocera Terinese - paese famoso per il rito dei flagellanti, il sabato di Pasqua - Fernanda Gigliotti, mia collega ed amica, che si è assunta l'impegno di far rinascere il suo paese. Come altrove sta accadendo in Calabria (Civita, Zagarise, Riace ...). La sua dedizione merita il nostro aiuto, il nostro conforto. Vorrei che i geni dei luoghi perduti di questo splendido paese, uscissero dai loro rifuggi tellurici, e convincessero la gente che vivere a Nocera vale, anzi è un privilegio.

Nelle immagini: momenti del cammino di ieri attorno a Monte Mancuso (Gruppo del Reventino-Mancuso, Nocera Terinese, Calabria).


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